Internet e l'aborigeno
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15 gennaio 2008

Il labirinto del Fauno

Ho visto ultimamente il Labirinto del Fauno.
E' un bel film un film sulla guerra, sulla sua insensatezza, sull'insensatezza della violenza gratuita e sull'importanza di combatterla.
Nella Spagna del dopo guerra civile, vinta da Franco, un gruppo di soldati cerca nei monti i ribelli. Una bambina viene portata dalla mamma, neo sposa del comandante in carica, presso il cascinale di montagna diventato il quartier generale dei franchisti.
Si respira violenza ovunque, e la bambina, già provata per la morte del padre e per il nuovo matrimonio della madre, non trova altro modo per sopravvivere che rifugiarsi nella fantasia. E la sua fantasia la porta ad immaginare prove che si mischiano con la realtà, nella sua mente addirittura la modificano...
Trovo che il film sia erroneamente indicato come fantasy.
E' un film drammatico, sulle brutture della guerra, la violenza della repressione e l'eroismo di chi, anche sotto minaccia, non vuol perdere la sua dignità.
Soprattutto NON E' UN FILM PER BAMBINI.
La violenza di alcune scene è insostenibile per gli adulti, figuriamoci per un povero bambino.
Ad esempio, tutti quelli che ho sentito ricordano la scena in cui il capitano della brigata uccide un ragazzo catturato prendendolo a bottigliate sul viso fino a fargli esplodere le pareti occipitali. Una scena così cruenta l'ho vista raramente ed ha segnato me e tutti quelli che l'hanno vista; figuriamoci cosa potrebbe fare ad un povero bimbo.
Un bel film, quindi, ma da vedere con l'animo giusto, sapendo di trovarsi davanti ad una drammatica e violenta storia di guerra.

08 ottobre 2007

Consigli cinematografici

Non sono un esperto di cinema, lo ammetto.
Però ho visto alcuni film che mi fa piacere "pubblicizzare" in qualche modo, perchè li ho trovati davvero ben fatti.
Guarda caso, entrambi sono presi da libri.
Ho una mia teoria, riguardo alle sceneggiature: mi sono accorto che, mediamente, ogni volta che vedo un film dove i personaggi mi colpiscono perchè sono ben strutturati ed hanno spessore, è un adattamento di un libro.
Non è una regola fissa: ci sono molti film derivati da libri che mi hanno fatto schifo, mentre ci sono alcuni "originali" (Amelie, Lost in Translation, La mia vita a Garden State) che mi sono piaciuti da morire. Però mediamente è così.

Mio fratello è figlio unico, di Daniele Luchetti, mi è piaciuto molto, pur essendo io lontano da ideali politici così forti come quelli che animano i personaggi. Questi ideali sono lo spunto anche per tracciare il percorso di crescita di un ragazzo, Accio, che ha bisogno di qualcosa, ha bisogno di una via, ha bisogno, come lui stesso ammette, di regole.
Fin da piccolo cresce all'ombra del fratello, capace di catalizzare su sè tutte le attenzioni, le ammirazioni, le simpatie. Accio ne soffre e, amando ma invidiando il fratello, sembra scegliere strade completamente opposte. Eppure i due destini sono legati a doppio filo. Solo alla fine del suo percorso di crescita, spezzati i legami con il passato, Accio riesce a prendere in mano la sua vita e a fare ciò che voleva fare fin da piccolo, aiutare gli "ultimi" (l'ultima scena, però, è forse eccessivamente retorica).
Mi è piaciuto molto, soprattutto grazie all'interpretazione di Elio Germano, un ragazzo di cui ho una stima infinita si dai tempi di Romanzo Criminale e di Quo Vadis Baby.
Scamarcio, invece, fa se stesso - che non è moltissimo -, ma non mi sento di criticarlo troppo, nel film fa la sua parte.

L'altro film è "Correndo con le forbici in mano": un film strano, davvero strano.
Non sono riuscito ancora a prendere una posizione a riguardo, soprattutto riguardo la tematica: la crescita di un bambino abbandonato dalla madre egocentrica e malata di mente e dal padre alcolista, che cresce nella strampalata famiglia dello psichiatra della madre -dove nessuno ha regole nè vincoli, libero di esprimersi ma anche lasciato a se stesso -, bambino che si scopre gay a 15 anni, quando ha il suo primo rapporto con un sociopatico 34-enne.
Eppure mi è piaciuto, lo stile del racconto mi è piaciuto e, per alcuni versi, mi ha ricordato i Tenenbaum, anche se quest'ultimo tratta temi meno pesanti e risulta quindi più leggero alla visione.
Anche in questo caso, il giovane cerca regole senza le quali si trova perso. La frase "Allora capii che avevo bisogno di regole, perchè senza regole la vita è sempre una sorpresa".

La scena dell'urlo liberatorio presente in "Correndo con le forbici in mano" mi ha ricordato un film che ho visto tempo fa, La mia vita a Garden State, sceneggiato diretto ed interpretato da Zach Braff (il J.D. di Scrubs) e con una grande Natalie Portam. E' un film lento, questo, ma assolutamente da vedere.

Di "Correndo con le forbici in mano" e "La mia vita a Garden State" mi sono piaciute molto anche le colonne sonore, belle belle belle.

24 settembre 2007

I Simpsòn

Sono andato a vedere i Simpsòn (con pronuncia ovviamente "sudista" del buon Winchester).
Non ne parlerò molto, perchè magari qualcuno sta ancora decidendo se andarlo a vedere e non voglio rovinargli la scelta
:-)
Anzi, ne parlo!
Mi sono divertito un sacco, anche perchè io AMO i Simpson.
Devo dire, però, che reggere un'ora e mezza di Simpson può risultare pesante.
Diciamo che la prima ora mi sono divertito un sacco, poi ho aspettato che finisse.
Ci sono molte battute che mi hanno fatto ammazzare dalle risate, ma ne voglio citare solo 4:

23 agosto 2007

Lost in Translation


Ieri ho rivisto per la quinta volta Lost in Translation (ma l'ho visto in lingua originale, ee).

E' uno di quei film, come il Favoloso mondo di Amelie, che mi colpiscono; con delicatezza, ma mi colpiscono.
E' la storia di un ex attore e di una giovane laureata in filosofia che sono nello stesso albergo, a Tokio, per motivi differenti: lui rincorre un lavoro e una paga ma anche un poco di tregua da una vita familiare che non lo coinvolge più; lei segue un marito sempre assente e, soprattutto, troppo distante da lei.

Tokio, nella sua diversità, con i suoi ritmi frenetici, ha una forza straniante impressionante. I personaggi si trovano, così, soli, persi, insonni, e questa "solitudine in mezzo a molti" (rappresentata dall'hotel, posto dove si è circondati di gente, ma si è, in fondo, estranei a tutto) fa da cassa di risonanza ai loro problemi, costringendoli a dare ascolto al ritmo della loro anima.

Come due profughi, persi in loro stessi, soli in un mondo che non conoscono, si riconoscono come anime affini e si avvicinano: due mondi distanti, quasi opposti, che entrano a contatto e si trovano bene insieme.

Tutto è raccontato per immagini, i dialoghi sono ridotti all'osso.
Tutto è raccontato dai luoghi, dai suoni soffusi (come rimbomba, ogni volta, il sibilo delle porte dell'ascensore che si aprono e chiudono), dagli sguardi e dalle smorfie (Scarlett Johansson e Bill Murray sono fantastici).

Questo è un film dove vince il non detto, dove tutto è sfumato, eppure, per me, così evidente.
Forse ho passato momenti simili, momenti in cui ho cercato me stesso, e tanto.
Forse non è un film per tutti: se non ci entri in sintonia, probabilmente rimane criptico, lontano, incomprensibile.
Forse ognuno, in quei non detti, mette ciò che vuole, e questo da noia a molti.

In effetti, il film non racconta, ma evoca: un piccolo viaggio spirituale, con scene accennate come i sorrisi di Scarlett Johansonn o le smorfie di Bill Murray.
Un film lento, silenzioso, accennato, delicato, mai invadente: per questo dirompente.

Ci sono mille scene che mi sono rimaste impresse.

La scena in cui si parlano, con aria noncurante ma profonda curiosità, spiega tutto un mondo: si può vedere la scena qui (eccone una traduzione sommaria: "Sai mantenere un segreto? Sto organizzando un'evasione, e sto cercando un complice. Prima dobbiamo scappare da questo bar, poi dall'hotel, poi dalla città, poi dal questo paese: ci stai o no?" "Ci sto, vado a preparare le mie cose" "Io aspetto al bar, bevo per prendere coraggio").

La scena in cui si addormentano insieme, sconfiggendo con la compagnia i fantasmi che li agitano , riuscendo finalmente a dormire, in cui l'unico punto di contatto sono i piedi di lei e la mano di lui, esalta un'affinità mentale che non si perderà nel rapporto fisico.

Le mille scene di Bill Murray con la sua aria ironica sul volto quando si confronta con un mondo così diverso e così lontano da lui (la scena della doccia, troppo bassa per lui; la scena della discussione con il regista, che parla per ore per esprimere pochissimi concetti; quella in cui, in ascensore, supera tutti di almeno un palmo; la scena della prostituta che vuole che lui gli "stlappi" le calze; la scena in cui parla in inglese ad un giapponese che prova a parlargli in francese) e le mille scene di Scarlett Johansson persa per la città (una su tutte, la scena della metropolitana) rendono l'idea della loro difficolta di comunicazione e di relazione, sono il simbolo del momento che si trovano a passare, quel sentirsi avulsi, staccati da tutto ciò che li circonda, fuori luogo, fuori tempo, fuori fuoco.

La scena del pranzo dopo che Bill Murray ha un rapporto con la cantante del piano bar, esprime, senza mai una parola detta ad alta voce o fuori posto, la tensione che c'è tra loro, tra la "gelosia" della Johansonn e l'imbarazzo di Murray.

La scena dell'imbarazzo tra di loro, in ascensore, l'ultima sera, scena che, senza dire una parola, mostra come lei desideri più attenzioni e come lui, seppur a malincuore, non voglia "sfruttare" la situazione.

Su tutte, poi, l'ultima scena, quel bisbiglio indistinguibile ma così chiaro, che chiude con estrema delicatezza tutta una storia.

E' un film che consiglio vivamente a tutti, ben sapendo che o lo ameranno e mi ringrazieranno, oppure lo odieranno e mi prenderanno, una volta in più, per pazzo.